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Biografia

L’idea di far uscire un disco coraggioso come “E’ piazza del campo” (1985), terzo album di Mario, nacque dall’esigenza di cambiare pagina, dopo “Nina” Mario si rese conto di non essere tagliato per il successo di massa, quello ingombrante, dei grandi numeri: “Ancora oggi sono innamnorato di questo disco”, dice Mario, “inciso tutto completamente in diretta, senza il supporto ritmico della batteria”. Protagonista di “E’ piazza del campo” è la vita vissuta come una grande gara molto simile al palio di Siena.
“Il palio di Siena mi ha sempre affascinato” dichiara Mario, “e in quella corsa così struggente io vedo regole molto simili a quelle che governano la vita di tutti i giorni, la vita è per me una grande gara in piazza con tante false partenze, con i suoi tradimenti, e le sue scorrettezze”.
La casa discografica credette talmente poco in questo album che non fece uscire neanche il 45 giri.

Paradossalmente proprio quello che si preannunciava come il disco di Mario più impossibile trovò in seguito tante adesioni: “Le aquile” fu inserita nel film “I ragazzi della periferia sud” di Gianni Minello, già collaboratore di Pasolini, Gigliola Cinquetti riprese “L’uomo distante” mentre “Palcoscenico” fu reincisa, alcuni anni dopo dai Baraonna.

Tra il 1986 e il 1988 insieme con Gaio Chioccio Mario scrive diversi pezzi per Paola Turci, con due dei quali, “L’uomo di ieri” e “Primo tango”, lei andò anche al festival di Sanremo, vinse il premio della critica e vene regolarmente bocciata dalle giurie. Con Paola non fecero mai delle vere tournée insieme, però Mario le faceva un po’ da fratello maggiore, partecipò ad alcuni suoi concerti e andarono insieme anche in televisione.

Rimanere, a rischio di un irreversibile appannamento dell’immagine, al di fuori di una mischia disordinata intenta più che altro a stimolare il mercato significa assolvere in pieno al compito che un autore degno di tale nome è chiamato a svolgere. Se “E’ piazza del campo” andava visto come un disco pieno di cose acquisite e restituite “controcorrente”, diverso dagli altri, poco omogeneo, un album in cui Mario ha voluto toccare con mano e fino in fondo il cosiddetto non commerciale, il suo quarto lavoro “Venere” (1987) è l’esatta sintesti di tutto ciò che mario finora ha realizzato. Dalle venature intimistiche racchiuse soprattutto nei primi due dischi fino alle connotazioni acustiche del terzo album. “Madonna di Venere” esprime bene tutto questo e sintetizza anche il contenuto di “Venere”. In questa maniera Mario si è ritagliato uno spazio tutto suo nel panorama della musica d’autore italiana, lontano da Venerefacili ammiccamenti e da elementi artistici poco originali e ripetitivi. La sua ricerca istintiva nel mondo della canzone lo ha condotto a rispolverare atmosfere intense e poetiche unendole a un’esposizione assolutamente personale.
Lo stesso anno Mario tornò a Sanremo con “Madonna di Venere”: ancora una volta quindi con un testo di difficile interpretazione. “vissi quel ritorno con un certo malessere, mi rendevo conto di essere più vicino alla segretezza di Piazza del campo che ai fasti di Sanremo, ne avrei fatto volentieri a meno…”

“Come tutti i cantanti d’atmosfera” – ha scritto Luzzato Fegiz sul Corriere della Sera – “dotati di una comunicazione non dialettica, Castelnuovo ha un repertorio difficile da descrivere. Ma la nuova strada della canzone d’autore all’italiana potrebbe essere proprio la sua” (Corriere della Sera, 19 aprile 1987).

La critica ha accolto favorevolmente “Venere”, un disco che “stravolge tutti i preconcetti e si presenta in una forma smagliante, lussuosa senza per questo turbare l’intimità di Mario, la sua emozione silenziosa da solitario” (dalla rivista musicale “Blu” numero 5, 1987).

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